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Ferrer e Davydenko, i primi degli….

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Due carriere simili per due giocatori molto diversi. David e Nikolaj hanno avuto molti più punti in comune di quel che si possa pensare.

Pensando alle ultime stagioni e rivedendo qualche video su youtube, in queste settimane di astinenza da tennis, il mio pensiero è volato a due tennisti che, pur vivendo del lavoro e dell’impegno quotidiano, misti a sudore e concentrazione, nelle loro carriere, surclassate da mostri sacri più talentuosi e dotati di loro, hanno raccolto molto poco, pur elevandosi a buone alternative ai suddetti fenomeni. Attenzione, ho detto “buone”, non “eccelse”. Perché parlando di David Ferrer e di Nikolaj Davydenko e pensando agli stili del loro gioco, per quanto si possa ammirare la loro abnegazione, il più delle volte all’esteta solo vedendo uno dei due togliere la racchetta dal borsone vengono gli urti di vomito.

In ogni caso ho cominciato a pensare alle carriere dei due, cominciate rispettivamente all’ombra di due mostri sacri quali i Nadal e i Safin, costruite a suon di ritmo e sudore, restando sempre lontani dai grandi successi, dalle grandi luci della ribalta e disegnandosi nel panorama tennistico il ruolo di antipersonaggi, anche un po’ sfigati.

David Ferrer mi è sempre sembrato il Peter Parker senza Spiderman; quello che corre corre corre dietro l’autobus, si impegna nelle sue cose ma alla fine non se lo caga nessuno. Davydenko invece ne è forse una versione persino estremizzata, dato che il poverino, essendo anche non proprio un fotomodello, finiva per essere inevitabilmente il prototipo del “forever alone”, senza sponsor e apparizioni nei vari magazine, malgrado essere anche stato numero 3 del mondo. Faccetta da 50enne sempre triste, zitto come un muto afono, cappellino in testa più a coprire la pelata che dal sole, e immagine di quello che tutti, compresa la moglie, lo frustavano per portare a casa la pagnotta, pena altri 10 giri di campo piegato sulle ginocchia come Mimì Aihuara. Uno a cui probabilmente davano le cartine del torneo senza disegnata la sala stampa; uno che i tifosi gli chiedevano le indicazioni stradali invece dell’autografo; uno più sfigato di Biancaneve insomma, di quelli talmente sculati che quando cadono di sedere si rompono il naso…

In questi giorni, dopo le ultime uscite tremendamente appassite del russo, non si fa altro che tentare di indovinarne la data del ritiro, pensando al Videopong che fu e alle occasioni mancate. Nel frattempo invece Davidino Ferrer zitto zitto si prende il premio di miglior atleta spagnolo dell’anno, avendo appena vissuto a 30 anni la propria miglior stagione, pur restando nell’ombra dei personaggioni che lo precedono.

A pensarci bene, le carriere dei due non si differiscono troppo, malgrado il diverso modo di colpire la pallina e di impostare i match. Tutti e due hanno vinto molto poco a livello di tornei maggiori; entrambi sono arrivati a un passo dalle finali di slam senza assaggiarne il sapore, entrambi hanno raggiunto il maggior risultato (dato che il Master di Parigi Bercy conta quanto il primo premio al torneo di liscio di Greve in Chianti…) nel Master di fine anno, che Davydenko ha persino vinto.

Entrambi con il ruolo di “primo degli umani” cucito addosso come fosse un complimento, quando invece magari per loro suonava come un’ode funebre da “re dei pischelli”.

Chi sia stato il migliore fra i due resta difficile da dire. Probabilmente il Ferrer migliore avrebbe dato 3 a zero al Davydenko versione playstation come mi diceva Mezzadri qualche giorno fa, resta il fatto che però forse proprio Kohlya ha avuto tra i due più chance di portarsi a casa non uno ma forse un paio di Australian Open. Se non ci fosse stato Federer, che di fatto nel 2010 spedito il russo sul viale del definitivo tramonto, secondo me lo slam dei canguri sia nel 2006 che nel 2010 sarebbe finito nelle mani di Nikolaj e fra i due forse oggi non esisterebbe confronto (con Ferrer intendo!). Infatti mentre si può fare questo discorso per Nikolaj, lo stesso non si può dire per David, che mai è stato un favorito negli slam o nei tornei che contassero davvero; mai per lui si è potuto dire che se non avesse perso quel determinato match avrebbe vinto il torneo; troppi per lui gli avversari insormontabili, troppi i miracoli da fare. Sfigato, sfigato, sfigato. Uno che forse ai tempi dei Bruguera e dei Muster, o anche dei Costa, il suo Rolando lo avrebbe portato a casa.

Invece ripensando ai due tornei citati del russo, davanti a due dei migliori Federer che si ricordino (anche se il primo giocava ancora con una caviglia a mezzo servizio), le occasioni furono davvero tante e il suo livello tale da far pensare che se non ci fosse stato quello svizzero là, quei tornei li avrebbe vinti lui, visto il ritmo, la forma e la profondità accelerata di colpi che sembravano a tirati con la fionda, insieme a un gioco di gambe degno di Roadrunner. Nel 2006 si ritrovò a servire per il terzo set, per andare due set a uno (subendo il controbreak), poi ebbe due set point sul 6/5 per lui (uno fallito con un rovescio da 3/4 campo  scaraventato in mezzo alla rete che grida ancora vendetta) poi si ritrovò 5/3 nel tie break perdendolo con un sanguinoso doppio fallo, infine avanti di un break a inizio quarto set non concretizzò… La sagra del masochismo insomma.

Non contento nel 2010 pensò bene di ripetersi, gettando via anche il ruolo di favorito del torneo, specialmente dal punto di vista psicologico nei confronti dell’odiato svizzero (veniva da due vittorie consecutive contro Roger che sembravano averne definitivamente segnato il passaggio di qualità). Ancora quarti di finale e 3/1 nel secondo set dopo aver annichilito con la sua rapidità Federer per un’ora. Due palle per andare avanti di due break e mettere un’ipoteca sul 2/0: sulla seconda indovinate chi arriva? Proprio lui, l’immancabile rovescio in rete, dalla riga del servizio stavolta, su una stecca alta di Ruggero che chiedeva solo di essere uccellato. Il più sadico dei deja vu… Roba da mangiare brodo avariato per un mese. Con la forchetta.

Sul 40 pari Federer imbrocca il primo rovescio lungo linea vincente del match e buonanotte ai suonatori. Per 13 game di fila Davydenko non ne imbrocca una, surclassato dal ricomparso Mazinga dall’altro lato della rete, consegnandosi di fatto ai posteri come un “mai arrivato”.

Insomma, di fatto forse Ferrer sarà un giocatore più completo di Davydenko, eppure ha vinto sì e no la metà del russo (nei tornei che contino). Il secondo sarà anche andato più vicino al successo del primo, ma si è cucito addosso un alone di sfiga e di mancato successo che il primo, fortunatamente per lui, non raggiungerà mai.

Davide Bencini

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