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#ForeverJules

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La sua assenza è stata la presenza più forte e più costante di questa stagione. Il pensiero corre a a lui dalla pista e dalle tribune di ogni Gran Premio. Lo si incita a gran voce, si faceva il tifo per lui con il cuore che batte più forte, come aspettando un sorpasso proprio sulla linea del traguardo. Sappiamo tutti quanto sarebbe stato difficile, ma se qualcuno avesse potuto farlo, quel qualcuno era lui. Ci ha abituato a imprese incredibili quel ragazzino venuto da Nizza e cresciuto nella Ferrari Driver Academy. Lui, moderno Davide in un ambiente caratterizzato da tanti Golia con valigia o monoposto più performanti, è sempre stato pronto ad approfittare degli errori e dei problemi altrui, cogliendo risultati quasi insperati in qualifica e in gara. Come dimenticare quella partenza in P12 a Silverstone o quel nono posto ottenuto a Monaco nel 2014? Con la modesta Marussia era stato in grado di portare a casa due punti, due semplici punti che, con i relativi bonus monetari hanno permesso al team di Banbury di disputare la stagione 2015, seppur con il nome diverso, quale Manor F1.

Il cammino del francese che sembrava inarrestabile aveva subito però una brusca frenata in Giappone, quel maledetto 5 ottobre 2014. Le preghiere e le speranze che non lo avevano mai lasciato solo si sono dovute arrendere questo 17 luglio. Diciassette. Era il numero che aveva scelto per la sua vettura, un numero tanto funesto per le credenze tradizionali italiane. Un numero con il quale in pista aveva ottenuto tanto e -credo- avrebbe potuto e dovuto ottenere di più. Un numero che la FIA ha ritirato, per onorare il ricordo di un grande pilota. E’ facile parlare di grandezza quando una persona non c’è più, forse perchè gli occhi del dolore tendono a eroicizzare ogni piccolo gesto. Eppure, Jules lo ha meritato in pista, quell’appellativo. Si è sempre contraddistinto, lottando in ogni categoria: Formula Renault, kart, Formula 3 Euroseries, GP2, WSR e, finalmente, in Formula 1. Il debutto nella massima categoria automobilistica non era stato facile. Nonostante l’appartenere dal 2009 all’accademia dei giovani piloti della Ferrari. Nonostante l’avere come manager Nicolas Todt. Proprio la collaborazione con questi due nomi importanti aveva facilitato l’additarlo come “raccomandato”, aggettivo che non gli è mai appartenuto, a differenza del talento e della voglia di arrivare. Dove? In Ferrari. Magari. Avrebbe avuto la chance di arrivare a Maranello e di guidare una Rossa non solo durante i test, perchè come aveva detto Luca Cordero di Montezemolo: “Jules Bianchi era uno di noi, era un membro della famiglia Ferrari ed era il pilota che avevamo scelto per il futuro, una volta finita la collaborazione con Raikkonen. Era un ragazzo di prim’ordine, riservato, veloce, educato, attaccatissimo alla Ferrari e di sicuro avvenire“.
Però una ruspa si è frapposta tra lui e una carriera in ascesa. L’impatto con il mezzo impegnato per rimuovere la vettura di Adrian Sutil a Suzuka  è stato di 254G: nonostante ci sia stato un “processo” (le virgolette sono d’obbligo, dato che è stata la FIA stessa  a farlo e ad assolversi) le polemiche non si sono placate. Il teatrino messo su dalla FIA ha lasciato molti interrogativi: sulla partenza ritardata (“C’era una pioggia con intensità di 20 millimetri d’acqua mentre le monoposto odierne possono stare in pista solo fino a 5 0 6. Le 15 era l’orario peggiore per partire“ a detta di Grosjean, mentre Sutil ha aggiunto che“Si poteva gareggiare al mattino e ci sarebbero stati meno problemi, perché si sapeva che la pioggia sarebbe stata più intensa nel pomeriggio ma nessuno ha chiesto un parere a noi piloti”), sull’assenza in pista di una Safety Car (“Si sa che quella dove sono uscito di pista è una zona delicata. In quelle condizioni c’era bisogno di far entrare la Safety Car. Le bandiere gialle non erano sufficienti, perché c’era dell’aquaplaning in quella curva. La pioggia era in aumento e lì’ era molto difficile guidare senza commettere errori. Jules, infatti, ha fatto un testacoda simile al mio”, aveva sentenziato Sutil, mentre Villeneuve aveva commentato che Se c’è l’incidente, deve uscire la Safety Car. Punto e basta! Non si devono fare altri ragionamenti se il vero obiettivo è la sicurezza. Negli Stati Uniti dove ho corso molti anni funziona così. Ma la Formula 1 non si vuole americanizzare troppo e queste sono le conseguenze”) e sulla velocità che Jules manteneva nella curva incriminata, risultata l’unica causa realmente accertata. Assurdo!
Ma non vogliamo dare alito alle polemiche, qui. Non vogliamo sentenziare, noi,
Il nostro pensiero vola a lui. Al suo italiano sporcato dall’accento francese, che sentiremo solo grazie a una vecchia intervista. Ai suoi occhi malinconici, intensi, ormai chiusi per sempre. Alla sua cura dei particolari, della monoposto e delle piste che mai più percorrerà. Manca, manchi, J. 

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Giusy Petrucci

Laureata in Comunicazione, Media e Pubblicità alla IULM di Milano, ho due grandi passioni: la musica e il motorsport. Però sono stonata, allora lascio cantare i motori.

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