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MotoGP 2015: comunque un mondiale da urlo

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La stagione che ci siamo appena lasciati alle spalle è stata una delle più spettacolari da qualche anno a questa parte. Dopo che Rossi andò alla Ducati, il motociclismo perse, e non solo per i tifosi del pilota di Tavullia, quel tasso di spettacolarità o meglio di rivalità che lo aveva reso tanto popolare. L’approdo di Stoner in Honda, un pilota di un talento indiscutibile e dotato di una guida senz’altro spettacolare, aveva prodotto un binomio stellare, in grado di sbarellare la concorrenza, di salutare la compagnia e di andarsene a vincere nell’anonimato della celebrità. Stessa cosa dicasi di Lorenzo, un pilota di una velocità incredibile che, se a posto, non ha rivali. Un’altra stella non inquadrata. Un altra stella di cui il “motociclimo di massa” non ha bisogno. Le moto sono altro sport: fisico e divertente quanto imprevedibile.

Il progressivo livellamento verso l’alto del livello dei top rider, delle moto e delle gomme ha prodotto un effetto insperato: la riduzione dello spettacolo. Coperture praticamente non soggette a degrado, scelte quasi obbligate di compound e piloti in grado di condurre gare intere senza la minima sbavatura, elettroassiti da software da decine di migliaia di euro che permettono di tenere moto su un binario per tutta la gara. Senza nulla togliere a chi sopra la moto ci sta e la sa far andare. Forte.

Quello che nel 2015 è stato restituito è stata l’imprevedibilità e la bagarre. Dal pneumatico giusto che ha permesso a Rossi di rimontare in Argentina fino a vincere, il pronostico ribaltato a Silverstone. La bagarre di Philip Island, il culmine di una stagione sin ad allora fantastica, ad un tasso spettacolare elevatissimo, che ha coinciso, però, con un corto circuito che non ha fatto bene al motociclismo, ai suoi protagonisti e ai suoi spettatori.

Guardando tempi e atteggiamenti è successo qualcosa di incomprensibile, un qualcosa di nuovo che mai si era verificato. Almeno non così palesemente. Ma tralasciando la polemica e tutto ciò che è successo, di cui si è detto e scritto anche troppo, veniamo a ciò che abbiamo visto e proviamo a partire da qui per ciò che vedremo.
Partiamo dal campione del mondo: Jorge Lorenzo. Velocissimo, quanto incostante. Una stagione da incorniciare ma spesso per vincere serve tenacia, costanza, mancanza di errori e sangue freddo. Qualità non sconosciute al maiorchino ma appannaggio di Rossi nel 2015. Non sono mancati gli errori nella stagione di Jorge, basti pensare a Misano o a Silverstone, dove la pioggia ha mischiato le carte. E il jolly sappiamo tutti chi lo ha, meritatamente, pescato. Sei vittorie più una sono comunque tante. Segno di una condizione eccellente e di una moto competitiva. 6+1 perché quella di Valencia, non me ne voglia nessuno, è una vittoria di Spagna, come ha detto Jorge stesso. Il tandem Marquez-Lorenzo ha trionfato, con il mondiale assegnato già due settimane prima dalla Race Direction. Pace a mamma Honda, che solo qualche anno fa avrebbe cacciato piloti e team manager per un qualcosa di lontanamente simile.

Rossi nel 2015 è stato a dir poco granitico, non il Rossi imbattibile degli anni in HRC ma quello che ad anni trentasei (non) ti aspetti. Costante e presente, senza mai commettere un errore, veloce in gara quanto lento in prova. Prova che spesso ha condizionato irreversibilemente gare capolavoro del fuoriclasse di Tavullia. Un Valentino, a suo dire il migliore di sempre, alla luce di tutti un maestro nel gestire, ma con qualche lacuna di velocità pura, seppur con le sue eccezioni: vedi Assen o Philip Island (tempi alla mano). Un Valentino che meritava di vincere il decimo mondiale ma che nel 2016, nonostante gli occhi sembrassero spenti e la voglia di andare in moto svanita a Valencia per i test, a detta “degli intimi” non si tirerà indietro nel 2016. Ma 37 sono tanti e il miracolo potrebbe non ripetersi. Ma se c’è uno che non si può escludere mai a priori e che farlo significherebbe commettere un grave errore è proprio quello col 46 giallo.

Marquez ha peccato di ingordigia, come accade spesso ai novellini. Dove la moto non arrivava ci metteva il cuore ma a poco serve il cuore oltre la fisica. C’è la sabbia. Finchè non ha saputo accettare la sconfitta e ha scelto il male minore, far vincere Lorenzo. Coccolato da una nazione intera e da un colosso motociclistico che di lui, data la seconda guida, non può fare a meno.

Pedrosa non è mai stato della partita, inforuni o meno. Dani è un po’ come un bravo palo. Pilota veloce quanto utile come secondo. Pensare che nel 2016 sia proprio lui a vincere è pura fantascienza a meno che la Honda non lo metta sopra uno shuttle e che Marqez non si autoelimini.
Le Ducati sono state della partita per qualche gara, poi l’abisso. Incomprensibile. Dall’Igna sembrava aver tirato fuori il coniglio dal cappello ma poi Dovizioso ci ha messo del suo mettendo la retomarcia e Iannone è stato l’unico, con la costanza di un navigato, a spremere al massimo la GP15 che comunque, se valutata nel complesso di una stagione era da quarto posto, nulla di più.

Il 2016 sarà l’anno della svolta, nuove gomme ed elettronica meno sofisticata, sulla carta ossigeno per lo spettacolo. I valori in campo saranno tutti da vedere e la stagione comincerà fra poco più di un mese con i primi test in programma. In Tokyo, Iwata, Borgo Panigale e a Noale si lavora senza sosta. Valentino è stato in vacanza, Lorenzo e Marquez pure. Dovizioso fa cross e noi aspettiamo che lo show ricominci, puro e maschio come deve essere il motociclismo.

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Jacopo Leopardi

Jacopo Leopardi

Jacopo Leopardi, riminese e studente in Ingegneria dell'Autoveicolo presso il Politecnico di Torino. Sono un grande appassionato di motori, seguo la MotoGP da anni e adoro scrivere.

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