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Froome il tris è servito, ma gli avversari dove sono ??

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Chris Froome si aggiudica dunque l’edizione  numero 103 del Tour de France e si porta a casa la terza maglia gialla della sua carriera  dopo le vittorie del 2015 e 2013.

A quota tre vittorie ha raggiunto tra gli altri Greg Lemond.

Davanti a lui ci sono ormai solo mostri sacri del ciclismo come Jacques Anquetil, Eddy Mercxk, Bernard Hinault e Miguel Indurain che hanno vinto 5 volte la Grand Boucle.

Sebbene privo della loro classe non è detto che prima o poi riesca ad affiancare o superare campioni di tale levatura.

Questo potrebbe accadere più facilmente se gli avversari saranno simili a quelli di quest’anno. Arrendevoli e quasi rassegnati fin dall’inizio allo strapotere Sky. Da quando il capitano dei tutti neri ha preso il simbolo del primato, non c’è stato un solo momento in questa edizione del Tour nel quale si sia pensato ad un epilogo diverso.

Eppure il britannico è sembrato meno dirompente in salita rispetto alle altre due edizioni vinte. In quella del 2013 con partenza dalla Corsica, mise subito tutti d’accordo andando ad involarsi sul primo arrivo in salita nei Pirenei a Ax3 Domaines per poi amministrare e chiudere i discorsi sul Ventoux.

Nel 2015 stesso scenario tattico e subito prima mazzata per gli avversari a La Pierre St.Martin sempre sui Pirenei per poi difendersi e rischiare grosso sull’Alpe d’Huez alla fine del Tour quando Quintana sfiorò il clamoroso ribaltone.

tour

 

Quest’anno il canovaccio è stato diverso e i freddi numeri dicono, anche prendendoli con tutte le cautele del caso ma che possono essere in qualche maniera significativi che, tolte le cronometro, gli abbuoni e gli attacchi in discesa e pianura con i quali ha guadagnato più di 4 minuti a Bardet, il leader della AG2R  secondo a Parigi in salita è andato più forte del capitano Sky

In tal senso gli attacchi sulla discesa del Peyresoudre oppure l’attacco in pianura assieme a Sagan in Provenza sfruttando i capricci del vento denotavano una insicurezza di fondo in salita. Non molti i secondi guadagnati sugli avversari rispetto agli sforzi effettuati, ma evidentemente quelli che dal di fuori potevano sembrare attacchi fuori luogo hanno fiaccato ulteriormente le poche certezze che avevano i suoi contendenti alla maglia gialla.

Un ruolo vitale lo ha svolto la squadra. Il Team Sky mai come quest’anno si è presentato con uno squadrone e il lavoro, specialmente sulle salite di Poels, Sergio Henao & company è stato qualcosa di incredibile. Continuamente circondato da compagni di squadra Chris Froome non ha mai fatto una pedalata più del necessario.

Sembrava, e forse lo era, una squadra telecomandata che sapeva cosa fare ogni chilometro della tappa. Se ad esempio, anche Kruijswiik avesse avuto compagni di tale lignaggio al Giro d’Italia difficilmente Vincenzo Nibali avrebbe trionfato

Rimane comunque il sospetto che nonostante tutto il lavoro della squadra, se in cima alle salite più difficili di questo Tour rimanevano gruppetti da 15-20 corridori tante volte il ritmo non era poi così forsennato.

L’unica volta che il britannico è sembrato in difficoltà, quando è scivolato sulla discesa della Cote de Domancy prima della scalata a Saint Gervais Mont Blanc e ha dovuto fare l’intera salita con la bicicletta di Geraint Thomas, gli avversari più quotati come Quintana si sono messi a ruota nonostante le evidenti difficoltà della maglia gialla e lo hanno distaccato rubandogli briciole solamente dopo che l’arco dell’ultimo chilometro era passato da un bel po’.

Rimane dunque il dubbio che se, sollecitato in maniera più adeguata, probabilmente Froome avrebbe vinto lo stesso ma avrebbe fatto sicuramente più fatica e non si sarebbe vista quella processione di maglie nere al comando che ha occupato i nostri pomeriggi. In questo caso grossi limiti vanno addebitati soprattutto a Quintana, l’avversario più pericoloso sulla carta ma non sulla strada.

Sono mancati purtroppo per ragioni diverse, due corridori che hanno nel coraggio e nell’attacco, anche da lontano delle qualità assenti in altri ciclisti presunti campioni.

Alberto Contador ha iniziato male il Tour con una caduta dalla quale in pratica non si è più ripreso e piuttosto che arrancare in coda al gruppo ha preferito ritirarsi vinto anche dalla febbre.

Vincenzo Nibali invece ha scelto la corsa in Francia come preparazione per la gara in linea delle Olimpiadi e tutto sommato sembra aver centrato l’obiettivo anche se rimane il rammarico di averlo visto uscire troppo presto dalla classifica, mentre un corridore come Valverde, con i suoi stessi obiettivi a Rio, e dopo aver corso il Giro d’Italia come lo squalo di Messina ha lottato fino alla fine ed è arrivato nei primi 10 ai Campi Elisi.

Chris Froome dunque ha legato a doppio filo la sua carriera al Tour de France. Prepara la Grand Boucle con una maniacale attenzione e questo in pratica rimane l’unico obiettivo stagionale  e il Giro del Delfinato vinto negli stessi anni dei trionfi di Parigi è solo la prefazione necessaria per il trionfo ai Campi Elisi.

Difficilmente lo si vedrà protagonista al Giro d’Italia o alla Vuelta Espana. Il suo picco di forma e quello della squadra è programmato per 21 giorni a luglio. Non è bello ma è il ciclismo moderno, e in questo sia lui che Team Sky assomigliano sinistramente (speriamo senza aiuti farmacologici) ad un corridore e ad una squadra che prima di essere colti con le mani nella marmellata di Tour consecutivi ne avevano vinti sette.

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