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Marco Pantani e una carriera finita troppo presto

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Marco Pantani oggi sarebbe potuto essere il direttore sportivo di qualche squadra professionistica o magari avrebbe venduto piadine sul lungomare di Cesenatico. Purtroppo invece a 46 anni dalla sua nascita, siamo qui a ricordare l’anniversario della sua morte avvenuta nella giornata di San Valentino di 12 anni fa in un modesto residence di Rimini in circostanze ancora non del tutto chiarite.

Il corridore romagnolo ritenuto a ragione uno dei più forti scalatori di ogni epoca, vinse curiosamente la sua prima gara agonistica a 14 anni su un tracciato completamente pianeggiante.

La sfortuna che lo accompagnerà durante tutta la sua carriera professionistica gli aveva fatto pagare il conto fin dagli albori quando nel 1984 rimase un giorno in coma dopo uno scontro con un camion fermo mentre si allenava.

L’ascesa di Marco nei dilettanti fu graduale ma continua. Nel Giro d’Italia dei dilettanti tra il 1990 e il 1992 fini tre volte sul podio. Terzo, secondo e primo.

La sua carriera professionistica che iniziò nel 1993 si può dividere drammaticamente in due parti. Pre e Post-Madonna di Campiglio.

Probabilmente in quella maledetta mattina del 5 giugno 1999 nella famosa località sciistica si ruppe qualcosa e il corridore romagnolo smise di essere un ciclista professionista a 360 gradi.

L’episodio che fece conoscere a tutti quel buffo corridore con le orecchie a sventola risale al Giro del 1994 al secondo anno di professionismo. L’anno prima all’esordio, Marco si era ritirato dalla corsa rosa.

Il 4 giugno Pantani vinse con 40 secondi vantaggio la tappa che portò i corridori a Merano, ma la vera impresa la compì il giorno seguente.

Nella tappa che avrebbe portato i corridori sull’Aprica era prevista la scalata del Mortirolo. Salita della Valtellina con pendenze terribili che era stata inserita nel percorso del Giro d’Italia da pochi anni.

In quel giorno Pantani osò sfidare sua maestà Miguel Indurain, in quegli anni dominatore al Giro, staccò il campione navarro e Eugeni Berzin, poi vincitore a Milano sulla montagna valtellinese e dopo essersi fatto riprendere in discesa, riattaccò a Santa Cristina  e arrivò in solitaria all’Aprica con 3 minuti di vantaggio su Claudio Chiappucci, 3 e mezzo su Indurain e 4 su Berzin.

Gli appassionati delle due ruote si appassionarono a questo giovane romagnolo che prometteva di ripercorrere le orme dei campionissimi.

Nello stesso anno corse anche il Tour de France e giunse sul podio dietro a Ugrumov e Indurain. Anche i tifosi francesi cominciarono a conoscerlo bene quando nonostante una brutta caduta vinse in solitaria in Val Thorens staccando tutti. L’Italia aveva finalmente trovato dopo 30 anni l’erede di Felice Gimondi, ultimo azzurro a trionfare sui Campi Elisi ??

Gli unici dubbi riguardavano le sue prestazioni a cronometro. Tale era la superiorità sugli altri in salita quanto pessime erano le sue prestazioni nella lotta contro il tempo. Il fisico non aiutava di certi a spingere i rapportoni in pianura.

Tutti si aspettano Marco grande protagonista nel 1995 ma non hanno fatto i conti con il destino parte uno.

Mentre si sta allenando per il Giro ha un incidente con un automobile che lo costringe a spostare l’obiettivo sul Tour de France ancora troppo indigesto per lui in quanto i chilometri a cronometro sono ancora troppi e le salite impegnative troppo poche.

Tutto ciò non gli impedisce di trionfare in solitaria nella mitica tappa dell’ Alpe d’Huez. Pochi giorni dopo concede il bis sui Pirenei a Guzet-Neige. Finisce la Grand-Boucle tredicesimo in maglia bianca. La seconda della sua carriera dopo quella dell’anno precedente.

Pantani viene convocato da Alfredo Martini per il campionato mondiale che si svolse quell’anno in Colombia. Il percorso è duro ma non durissimo. Nonostante tutto, solo perché stretto tra la morsa spagnola di Abraham Olano e Miguel Indurain non veste la maglia iridata. Finisce terzo dopo una generosissima gara d’attacco.

A ottobre di quell’anno entra in scena il destino parte seconda. Alla Milano-Torino una jeep in senso contrario lo centra in pieno. Risultato, tibia e perone fratturati e carriera a serio rischio.

La testardaggine del corridore romagnolo però ha la meglio. Dopo 5 mesi di dura riabilitazione torna in bici. La stagione 1996 è compromessa ma  si allena per l’anno successivo dove passa alla Mercatone Uno.

Il 1997 sembra finalmente l’anno giusto per vincere un grande Giro. La preparazione fila via senza nessun intoppo e tutti aspettano Marco compreso un gatto nero che lo attende al varco nella discesa del Chiunzi al Giro d’Italia. Caduta e ritiro per lui. La sfortuna sembra accanirsi contro il povero Pantani.

Fortunatamente quest’ultimo infortunio non è gravissimo, tanto da consentirgli di fare un grande Tour de France e di lottare per la maglia gialla. Vince ancora all’Alpe d’Huez dove detiene tuttora il record dell’ascesa e a Morzine ma Ullrich è più forte a cronometro. Finisce ancora sul gradino più basso del podio dei Campi Elisi dopo 3 anni.

Finalmente dopo anni, nel 1998 la sfortuna sembra abbandonare Pantani. Parte con i favori del pronostico al Giro d’Italia e finalmente trionfa a Milano dopo un entusiasmante duello in montagna contro il russo Pavel Tonkov. Tappe decisive si rivelarono il tappone dolomitico dove prese la maglia rosa dopo un entusiasmante attacco sulla terribile ascesa della Marmolada  e dove la maglia rosa Alex Zulle pagò un pedaggio altissimo, e la vittoria di Plan di Monte Campione alla fine di un duello stile western contro Tonkov.

I festeggiamenti per la vittoria durano parecchio e Marco si presenta al via del Tour apparentemente senza troppa convinzione per via del percorso a suo dire non molto adatto a lui. La crono-prologo iniziale è un disastro.

Dopo 10 tappe il suo ritardo da Ullrich in maglia gialla sfiora i 5 minuti. Tutti persi a cronometro chiaramente.

Ma per una volta la dea-bendata gli sorride. Nella tappa con arrivo a Les Deux Alpes in una giornata tardo-autunnale, Pantani senza ormai nulla da perdere a 50 Km dall’arrivo si toglie la bandana. E’ il segnale dell’attacco ormai imminente. A tutti sembra un kamikaze quando sulle ultime rampe del Galibier se ne va da solo. Nessuno riesce a contenerlo e anche il tedesco in maglia gialla sembra lasciar fare. La discesa è lunga e da solo non può andare lontano. Ma Il Pirata si inventa una discesa incredibile sotto un temporale incredibile, Ullrrich soffre il freddo e va in crisi di fame. A poco servono i compagni che lo scortano. La salita finale a Les Deux Alpes per lui è un calvario. Pantani vince la tappa con 9 minuti di vantaggio sull’ex corridore della D.D.R. in una delle più belle tappe dei Grandi Giri mai viste.

Grazie a questa impresa la vittoria a Parigi è cosa fatta e l’inno di Mameli suona 33 anni dopo il trionfo di Felice Gimondi.

Purtroppo il Tour del 1998  verrà ricordato anche per l’affaire Festina le cui ammiraglie al confine tra Francia e Belgio a seguito di una soffiata vennero trovate colme di prodotti dopanti. Le confessioni dei responsabili della squadra francese che ammisero il doping di squadra portò all’esclusione di tutti i componenti l’equipe tra i quali Richard Virenque e Alex Zulle.

I corridori scioperarono e fecero annullare anche una tappa per protestare contro i controlli della polizia francese troppo invasivi. L’inchiesta della Gendarmerie alla fine portò ad alcuni arresti e al ritiro di parecchi corridori. A Parigi arrivò circa il 50% degli atleti partiti. Dopo 15 anni il Senato Francese ha pubblicato i test retroattivi effettuati su alcuni ciclisti protagonisti dell’edizione 1998. Sembrerebbe che tra i positivi all’EPO ci furono tra gli altri Marco Pantani, Mario Cipollini, Laurent Jalabert e Ian Ullrich.

L’anno successivo, il 1999, è l’anno della consacrazione. Tutti si attendono il bis da parte del Pirata al Giro e al Tour.

La corsa rosa fila via liscia. Il corridore romagnolo si traveste da nuovo Merckx. In salita non lascia neanche le briciole. Vince sul Gran Sasso, a Oropa dopo una clamorosa rimonta dovuta ad un salto di catena, a Pampeago e a Madonna di Campiglio. Si addormenta la notte del 4 giugno 1999 con 5 minuto e mezzo su Savoldelli secondo in classifica. L’indomani è previsto l’arrivo all’Aprica con il Mortirolo da scalare. Sembra un gioco del destino. Esattamente 5 anni dopo che si è rivelato al mondo proprio sulla montagna valtellinese, Pantani prepara l’impresa che chiuderebbe il cerchio. Confida ai suoi di voler fare un’ impresa alla Coppi.

Non ha fatto i conti con gli ispettori dell’UCI che gli bussano alla porta della sua stanza d’albergo la mattina del 5 giugno per un controllo.  Alle 10.10 il referto che pesa come un macigno.  Nei prelievi del suo sangue il valore di ematocrito è al 52%, 2% in più del consentito. Fuorilegge, escluso dalla corsa e sospeso per 15 giorni “a tutela delle sue condizioni sanitarie”. Accerchiato dai giornalisti fuori dall’albergo dice:  “Mi sono rialzato, dopo tanti infortuni, e sono tornato a correre. Questa volta, però, abbiamo toccato il fondo. Rialzarsi sarà per me molto difficile”  . Sembra quasi un testamento sportivo.

Il suo 1999 finisce qui anche se teoricamente il 21 giugno avrebbe potuto rimettersi in sella, ma la botta psicologica è terribile.

La sua seconda carriera inizia nel 2000 ma iniziano i problemi legati alla cocaina e alla depressione. Il Giro lo corre da gregario di Stefano Garzelli poi vincitore finale, ma tracce del vero Pantani le si trovano parzialmente solo sull’Izoard.

L’ultima fiammata della sua carriera la trova al Tour dove incrocia le armi con Lance Armstrong con il quale i rapporti non sono mai stati idilliaci. Forse spinto da questa rivalità vince due tappe prestigiose sul Mont Ventoux con polemica finale con il cow-boy e a Courchevel dove stacca tutti. Addirittura il giorno dopo fa all-in sulla tappa con arrivo a Morzine. Vuole sbancare il Tour e va in fuga da lontanissimo, ma senza la collaborazione dei compagni di fuga non riesce a fare la differenza e sul terribile Joux-Plan si arrende e si ritira. Fu la sua ultima tappa al Tour de France. Non fu mai più invitato.

Con qualche lampo del vecchio corridore partecipò ancora al Giro del 2001 e del 2003 ma senza mai essere protagonista fino in fondo. A Giugno del 2003 entrò in una clinica specializzata per la cura della depressione ma ne uscì ben presto.

Non si ebbero più notizie su di lui fino al 14 febbraio del 2004, giorno della tragica notizia della sua morte. A precisa domanda sul perchè amasse la salita lui uomo di pianura rispose cosi: “ io odio la salita, cerco di andare il più veloce possibile per far durare il meno possibile la fatica”

Oggi l’Italia ha due grandi corridori che possono farci sognare nelle gare a tappe come Fabio Aru e Vincenzo Nibali ma l’emozione sportiva provata mentre si toglieva la bandana e staccava tutti sul Galibier in quella famosa tappa del 1998 è qualcosa di impareggiabile.

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